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Pugilato

Quelli che... per il pugilato, hanno venduto la macchina!

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Parola al Maestro Benemerito Vincenzo Quero. Storia di un uomo costretto in passato a vendere l'amata spider Austin Innocenti 950, per pagare gli affitti della palestra in Via Emilia a Taranto

     Bari, 7 novembre 2013

      “Per amore del pugilato ho anche venduto per mia auto”. Sintetizza con questa frase il 66enne maestro benemerito Vincenzo Quero premiato dalla Federazione Pugilistica Italiana (riconoscimento consegnato lo scorso aprile a Corato, in occasione del Torneo “Club degli Azzurrini – Ermanno Marchiaro”, in una cerimonia cui hanno preso parte tre consiglieri federali: Massimo Scioti, coordinatore del settore tecnico della Fpi, Vittorio Lai, vicepresidente, e Sergio Rosa). 

Vincenzo Quero con VIttorio Lai e Massimo Scioti

   «Quel giorno in Italia hanno premiato tre maestri benemeriti (insieme a Quero anche due tecnici campani: Giuseppe Perugino (S. Prisco) e Raffaele Munno (Marcianise). A mio avviso l'importante è che nel pugilato ci siano brave persone. Sono oramai decenni che mi affilio regolarmente con la FPI, prima come pugile e successivamente in qualità di tecnico. Dopo aver appeso i guantoni, ho raggiunto il riconoscimento di maestro nel 2005 e recentemente, il titolo di maestro benemerito. Sono degli eventi che segnano certamente gli anni. Quando mi è stato assegnato qualcosa l'ho sempre saputo da colleghi o addetti ai lavori, non ho mai inseguito attestati o altro. Credo al contempo, che sia importate il fatto di aver dimostrato qualcosa di concreto: un maestro a mio avviso, non è solo chi raggiunge un determinato numero di anni di attività, bensì cosa realmente ha prodotto, ovvero quanti pugili di un certo livello sono stati forgiati dall'interno di una determinata palestra; e nella Quero-Chiloiro pugili di spessore, sono stati svezzati prima e modellati dopo. Peraltro, è proprio importante veder nascere sin dall'inizio un pugile e non limitarsi a gestire un pugile già costruito e proveniente da altre palestre».

   Maestro Quero, come è nata la sua passione per il pugilato?

   «Beh, ricordo ancora perfettamente il mio primo approccio in una palestra; è avvenuto all'età di 13 circa: il primo allenamento fu caratterizzato da un'estenuante seduta di salti con la corda e dalla sofferenza per i conseguenti crampi ai polpacci. Nonostante i dolori il giorno successivo mi sono ripresentato in palestra e subito dopo ho iniziato ad indossare i guanti per misurarmi con i miei coetanei decisamente più esperti. Ricordo ancora che al primo colpo subìto, ho dimostrato di non avere assolutamente paura, provando immediatamente a contrattaccare anche se non in maniera ordinata, dal punto di vista estetico. Da quel momento anche il maestro presente in palestra mi chiese qual'era il nome. Così, è iniziato il successivo lavoro di impostazione, davanti allo specchio e soprattutto al cospetto del sacco. Da quelle prime sedute, è scattato l'amore per il pugilato».

   A sempre svolto l'attività pugilistica a Taranto?

   «Per continuare il sogno del pugilato, all'età di 17 anni, ho lasciato Taranto e la mia famiglia, per trasferirmi a Pesaro, con il sostegno di un compaesano oramai trapiantato da anni nelle Marche; peraltro proprio a Pesaro era presente un'ottima colonia pugilistica sponsorizzata dalla Moto Benelli. Durante la mia permanenza lontano dallo Jonio, ho potuto partecipare ai Campionati Regionali delle Marche; alle successive fasi nazionali in programma a Napoli, ho subìto la prima sconfitta dopo il terzo match. Successivamente, ho intrapreso l'avventura militare, indossando la divisa della Marina per due anni ma soprattutto ho potuto continuare a praticare il pugilato nel Centro Sportivo di Roma. A breve, ho conquistato il titolo di Campione delle Forze Armate e soprattutto ho potuto assaporare il profumo della nazionale azzurra. Nel '69 proprio con i colori delle Forze Armate, ho vinto i Campionati Italiani a Castelfranco Veneto nella categoria dei Pesi Leggeri, restando sempre nel giro della nazionale. A 20 anni invece sono riuscito a classificarmi al terzo posto ai Campionati Europei Junior (all'epoca, difatti, la maggiore età, si conseguiva a 21 anni). Subito dopo, con la nazionale maggiore, non ho potuto prender parte ai Campionati Europei Senior, per un piccolo problema all'occhio sinistro; la commissione medica difatti, mi dichiarò non idoneo. Nel frattempo si era conclusa l'esperienza militare, quindi ho fatto ritorno a Taranto».

   È in quel periodo che decide di intraprendere l'attività di tecnico?

   «Proprio nei primi giorni dal rientro a Taranto, ho ricevuto una telefonata da parte della FPI per comunicarmi la possibilità di poter partecipare ad un corso per insegnante. Difatti, dopo pochi mesi, mi sono trasferito a Roma (nel 1970) per seguire le lezioni: un mese di corso caratterizzato da due sessioni giornaliere da quattro ore ciascuna. Durante il corso, la Federazione ci riconosceva un piccolo rimborso di 5.000 lire giornaliere, utili per gestire le spese. Dopo aver superato agevolmente i corsi, sono nuovamente tornato a casa. A Taranto incontrai Domenico Chiloiro pugile professionista locale ma emigrante in Australia, quindi ci incrociavamo spesso, durante le vacanze estive. A Chiloiro, ho rivelato la mia volontà di stabilirmi definitivamente a Taranto e di interrompere un girovagare iniziato all'età di 17 anni. Di concerto con il procuratore di Chiloiro, Branchini, nonostante fossi più giovane (Chiloiro era più anziano di Quero di circa sette anni, ndr) ho iniziato per hobby, quindi dopo aver terminato la giornata lavorativa, ad essere il personal trainer di Chiloiro: allenamenti a Taranto e match nel nord Italia»

   In quale palestra tarantina eravate presenti per svolgere gli allenamenti?

   «Considerata la carenza di palestre e dopo che lo stesso Chiloiro aveva scartato l'opzione di poter usufruire di una vecchia palestra presente nella Città vecchia di Taranto, abbiamo trovato ospitalità all'interno della Marina Militare, grazie alla presenza di un tecnico di pugilato il quale lavorava (da civile) nell'arsenale militare. A poco più di 21 anni mi ero trasformato nel nuovo tecnico del pugile professionista Chiloiro, con grande meraviglia (considerata la giovane età) del pubblico e degli addetti ai lavori. Subito dopo però, un sottufficiale della Marina, dopo averci notato tra gli altri atleti, chiese informazioni e scoprì che non eravamo militari e che quindi non potevamo usufruire della palestra».

   È quello l'episodio scatenante che ha dato il via alla palestra Quero-Chiloiro? 

   «A quel punto, Chiloiro, sostenuto da un nugolo di amici, ha cercato di convincermi ad aprire una palestra tutta nostra. Io invece in quel periodo non avevo nessuna voglia di andare incontro a quel genere di responsabilità: a 21 anni correvo ancora dietro a molte ragazze e peraltro possedevo una Austin Innocenti 950 spider-cabrio, che all'epoca era guardata con invidia da molti miei coetanei. Nonostante le mie remore, Chiloiro e gli altri amici, riuscirono a convincermi ad individuare il locale che poi sarebbe diventata la sede della palestra Quero-Chiloiro. In quel periodo si avvicinarono altri pugili anche professionisti e soprattutto tanti ragazzi, difatti ai successivi Campionati Regionali la nostra palestra si classificò al primo posto. Dopo due anni di attività nelle vesti di tecnico, mi giunse una lettera della FPI nella quale mi rammentavano del fatto che le nuove normative sanitarie (riguardanti all'integrità oculistica) mi rendevano nuovamente idoneo. Nel 1972 quindi sono ritornato sul ring, diventando il nuovo campione regionale e italiano. Alle Olimpiadi del '72 ho affrontato i match valevoli per le preolimpiche, affrontando altri tre pugili italiani della mia categoria (in quegli anni venivano messi al confronto i migliori 4 pugili). Quattro giorni prima di partire per Monaco (avevo anche un paradenti personalizzato) il mio tecnico mi chiese di passare dai Pesi Leggeri ai Pesi Piuma, ovvero dai 60 kg ai 57 kg. A quel punto ho abbandonato tutto il vestiario, borsone, tuta e ciò che mi era stato consegnato in dotazione (ho conservato solo il paradenti) è ho lasciato il ritiro azzurro. Successivamente, sono approdato nei professionisti sotto l'ala protettiva di Brachini e, sempre nel '72 esattamente da novembre a dicembre, ho affrontato tre match: in totale nei pro ho totalizzato 51 match, impreziositi da tre titoli italiani e una semifinale europea. Abbandonata l'attività agonistica, mi sono dedicato ad insegnare il pugilato sempre in Via Emilia a Taranto. Tanta soddisfazioni che conservo ma anche la consapevolezza di aver amato il pugilato con tutta l'anima: e per certificare questo rapporto viscerale con il ring, ricordo sempre il giorno che ho dovuto vendere il mio amato spider, per coprire le spese dell'affitto: tutto sommato ho imparato a rimorchiare le ragazze a bordo di una bicicletta; posso ammettere che è andata bene anche in quel senso!».

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